L’asset manager per un mondo che cambia

INVESTMENT OUTLOOK 2020

HOTEL CALIFORNIA: PRIGIONIERI DEL QE

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I PUNTI CHIAVE PER IL 2020

  • La politica delle banche centrali sembra stia facendo un passo indietro piuttosto che in avanti, con tre tagli dei tassi finora negli Stati Uniti e con il rilancio del quantitative easing (QE) da parte della Banca Centrale Europea (BCE).
  • La fase contraddistinta da rischi minori ma protratti nel tempo sta diventando permanente, con importanti implicazioni per i mercati del reddito fisso e per gli investitori.
  • Nonostante 27 trimestri di crescita superiore al livello tendenziale messi a segno dalla crisi finanziaria globale, una disoccupazione che si colloca al livello più basso dal 1953 e gli aumenti dei prezzi indotti dai dazi, l’inflazione è ancora al di sotto dell’obiettivo della Federal Reserve (Fed) e solo leggermente al di sopra della media sugli ultimi 10 anni.
  • In Europa, i dati demografici sfavorevoli e la crescita inferiore al trend stanno mantenendo l’inflazione bassa. Fattori strutturali quali la demografia, la crescita debole e la tecnologia dovrebbero continuare a contenere l’inflazione negli Stati Uniti e in Europa nel 2020.
  • Una crescita fiacca dell’economia globale nel 2020: non ravvisiamo alcuna ragione economica per una recessione nell’economia globale nel corso del prossimo anno. A meno che i rischi politici non tornino a crescere, il commercio e il settore manifatturiero dovrebbero riprendersi gradualmente.
  • Sul fronte commerciale, il meglio che si possa sperare a questo punto sembra essere un accordo commerciale limitato, potenzialmente a breve termine, tra Stati Uniti e Cina, con il rischio che l’amministrazione americana riorienti la propria ira sull’Europa.

In termini di asset allocation, riteniamo che la vulnerabilità delle azioni possa risiedere in un eventuale e imprevedibile deterioramento dell’economia globale; quanto agli investitori obbligazionari, i tassi d’interesse negativi nell’Eurozona forzeranno quanti ricercano rendimenti più interessanti ad assumersi ulteriori rischi sui mercati del credito. Privilegiamo i titoli strutturati, nonché i titoli di debito corporate e dei mercati emergenti. Anche il debito privato e gli asset reali restano settori in cui gli investitori possono trovare diversificazione e un potenziale di rendimento attrattivo.

MACRO OUTLOOK

Global Economy

ECONOMIA GLOBALE

Non ravvisiamo alcuna argomentazione economica per una recessione nell’economia globale nel 2020. A meno che i rischi politici non tornino a crescere, il commercio e il settore manifatturiero dovrebbero riprendersi gradualmente. Dopo una serie di revisioni al ribasso, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prevede una crescita globale del 3% nel 2019 (vedi grafico). Nel lungo periodo (1980-2018) il livello medio di crescita del prodotto interno lordo globale (PIL) è stato del 3,5%, quindi un ritmo del 3% sottenderebbe condizioni economiche stagnanti.

Global growth IT
United States

STATI UNITI

Dopo più di un decennio di espansione economica, la domanda chiave ora è se l’economia americana sia su un sentiero di graduale discesa verso il suo potenziale di crescita di lungo periodo, pari a circa +1,8%, o su un percorso accidentato che si conclude con la recessione. Pensiamo che si tratti della prima ipotesi. L’economia americana non dovrebbe entrare in recessione nel 2020.

Tuttavia, dato che la politica monetaria della Fed è ora in pausa (dopo tre tagli sui tassi nel 2019), vi è la preoccupazione che essa abbia un margine di manovra limitato per rispondere in caso di rallentamento. Durante le precedenti recessioni, il tasso effettivo dei fed fund è sceso in media di 630 punti base; oggi la possibilità di riduzione ulteriore è di soli 175 punti base (supponendo che i tassi non scendano al di sotto dello 0%). Dato questo limite, la necessità di una risposta fiscale espansiva è ancora maggiore. Fortunatamente, i tassi bassi ampliano il raggio d’azione della politica fiscale dal momento che incrementi del debito non comportano un aumento corrispondente degli interessi da corrispondere.

China

CINA

La crescita del PIL ha rallentato al 6% nel terzo trimestre del 2019 rispetto a un anno prima, il ritmo più lento in circa 30 anni. I policymaker cinesi sono focalizzati sulle misure per limitare i rischi derivanti da un eccessivo peso debitorio, anche se ciò implica tassi di crescita più bassi. Ciò nonostante, le misure di stimolo dovrebbero controbilanciare le conseguenze di un peggioramento del conflitto commerciale con gli Stati Uniti.

La Cina riuscirà a realizzare una ripresa economica nel 2020 e una maggiore cooperazione tra politica monetaria e politica fiscale? È difficile dare una risposta certa, ma la richiesta di investimenti pubblici per stimolare la crescita economica è aumentata verso la fine del 2019.

Eurozone

AREA EURO

Le politiche accomodanti attuate dalla BCE e le invocazioni per un supporto della politica fiscale dovrebbero continuare a sostenere l’economia.

Le preoccupazioni per i perniciosi effetti collaterali dei tassi di interesse negativi stanno aumentando, man mano che il programma di acquisto di obbligazioni della Bce si avvicina ai limiti autoimposti. È senza dubbio giunto il momento di riportare l’attenzione sulle politiche fiscali, che cambierebbero le prospettive su molti fronti.

Nonostante le indagini sull’attività e sulla fiducia delle imprese abbiano ripetutamente deluso, i dati reali non hanno mostrato alcun significativo deterioramento. La crescita del Pil dell’Eurozona dovrebbe attestarsi intorno all’1% nel 2020. Diversi elementi fondamentali hanno indicato un’accelerazione dei consumi. Le indagini sugli investimenti sembrano aver sovrastimato i rischi al ribasso per la domanda.

Christine Lagarde, nuovo presidente della Bce, ha affermato che i governi che incorrono in surplus di bilancio su base regolare non fanno la loro parte per sostenere l’economia e dovrebbero essere sottoposti a maggiori controlli.

MARKET OUTLOOK

Developed market equities

AZIONI DEI MERCATI SVILUPPATI

Nel 2019 i rendimenti azionari sono stati trainati dal calo dei tassi d’interesse

Anziché spaventarsi per il rallentamento della crescita del Pil registrato in gran parte del mondo durante il 2019, i mercati azionari si sono invece concentrati sui benefici di tassi di interesse più bassi e sulla ripresa di una politica monetaria espansiva da parte delle banche centrali. Di conseguenza, i rendimenti azionari sono principalmente il risultato di una diminuzione del premio per il rischio azionario (analogo a un rialzo del rapporto prezzo-utili) e di una riduzione del tasso di sconto, piuttosto che della speranza di maggiori profitti.

Ma ciò non è sostenibile nel lungo periodo

Non è possibile ripetere il 2019 nel lungo periodo. Il “Forward price/earning ratio” (rapporto fra corso azionario e utile per azione atteso in futuro) si attesta ai livelli di media storica per l’indice MSCI Europe e per i mercati emergenti, mentre è a livelli elevati negli Stati Uniti (17X per l’indice S&P 500, rispetto alla media storica di 14.7X dal 1985; il livello di massimo post-crisi finanziaria globale è stato di 18,6X).

A nostro avviso, i tassi di interesse potrebbero scendere ulteriormente, dal momento che la crescita del PIL statunitense dovrebbe segnare una decelerazione ulteriore. Mentre il calo dei tassi farebbe salire ancora il valore attualizzato degli utili, a questo livello di crescita nominale del PIL la dinamica dei profitti soffrirebbe.

Le guerre commerciali, la riduzione della leva finanziaria e i livelli di maturazione strutturale raggiunti suggeriscono uno scenario simile in Cina. In Europa, invece, c’è ancora speranza per una modesta ripresa della crescita. Persino una risoluzione della guerra commerciale non darà un impulso forte a questi dati. Se da un lato i dazi tra gli Stati Uniti e la Cina sono aumentati, dall’altro il loro commercio rappresenta meno del 4% del totale mondiale.

L’ingrediente necessario per un apprezzamento sostenuto del mercato azionario è l’aumento degli utili

In un mondo caratterizzato da una crescita economica modesta, da margini elevati e da un aumento del costo del lavoro, non è chiaro se le imprese saranno in grado di incrementare in modo significativo i profitti. Le aspettative per il 2020 sono di un ritorno alla crescita degli utili a due cifre negli Stati Uniti e nei mercati emergenti e nella fascia media dei valori a una cifra in Europa. Supponendo una certa normalizzazione dei multipli negli Stati Uniti e valutazioni stabili altrove, i rendimenti totali del mercato azionario nel 2020 saranno probabilmente inferiori al 10%. Continuiamo a preferire la tecnologia, ma in modo selettivo. Un’altra conseguenza delle guerre commerciali è rappresentata da maggiori opportunità per le società che offrono alternative alla tecnologia, alla produzione e alle vendite cinesi, ma un rischio analogo per quelle società che da esse dipendono.

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Developed market debt

DEBITO DEI MERCATI SVILUPPATI

Vediamo poche ragioni per prevedere un forte aumento dei tassi di interesse sia per i titoli di Stato statunitensi che per quelli europei nei prossimi mesi. L’inflazione è stata modesta nell’ultimo decennio e le aspettative di crescita per il prossimo anno sono moderate (e queste stesse aspettative sono calate).

Inflation chart IT

Per compensare i rischi, riteniamo che la Fed potrebbe ridurre ancora i tassi, anche al di là delle aspettative del mercato. Una recessione negli USA ci sembra tuttavia improbabile. La fiducia dei consumatori resta alta, i tassi di interesse bassi hanno fatto sì che gli alloggi raggiungessero il loro livello più alto dal 2007, e il tasso di disoccupazione è al suo livello più basso dal 1953.

Nell’Eurozona ci aspettiamo che il QE prosegua e che i tassi interbancari rimangano negativi e presumibilmente registrino un ulteriore ribasso. All’interno del mercato obbligazionario dell’Eurozona, preferiamo i paesi “periferici” a quelli “core” o “semi core”, poiché gli spread di rendimento dovrebbero rimanere stabili o diminuire con il rinnovo del QE.

Nel complesso, privilegiamo i titoli strutturati (sia asset-backed che mortgage-backed securities) e i mercati del debito societario, dati i bassi tassi d’interesse grazie a cui le società possono far fronte a livelli di debito più elevati.

Private debt and real assets

DEBITO PRIVATO E ATTIVI REALI​

Negli ultimi anni le allocazioni sul debito privato e sugli asset reali sono aumentate in modo significativo. Ciò è in parte una conseguenza dell’effetto che la politica monetaria non convenzionale e i tassi di interesse bassi hanno avuto sulle classi di attivo convenzionali. Poiché i rendimenti scendono e la ricerca di rendimento si intensifica, gli investitori finiscono per concentrare la loro attenzione sui medesimi attivi che, a loro volta, diventano più costosi e meno liquidi. Di conseguenza, chi investe deve fare i conti con rischi quali la concentrazione del portafoglio, l’aumento delle correlazioni e le brusche oscillazioni della volatilità.

Il debito privato attrae gli investitori in quanto fornisce uno strumento per evitare alcuni di questi rischi, che a nostro avviso ci accompagneranno per un certo periodo di tempo. Nel 2019 abbiamo assistito a un ritorno alle politiche non convenzionali tra le principali banche centrali. Vediamo poche prospettive per un significativo rialzo dei tassi di interesse nel prossimo futuro.

In questo nuovo contesto, le aziende che necessitano di risorse finanziarie si rivolgono sempre più a investitori istituzionali e gestori di fondi. Il debito privato ha offerto infatti una fonte di attivo che soddisfa le esigenze degli investitori istituzionali in termini di gestione delle proprie passività, in un quadro in cui le asset class tradizionali non possono più svolgere questo ruolo.

I titoli garantiti da attività (ABS), come la maggior parte degli strumenti di debito privato, sono protetti da una cedola basata sull’Euribor più un margine, in grado di offrire copertura dal rischio di rialzo dei tassi d’interesse. Si tratta di un segmento del mercato “private debt & real assets” che riteniamo offra agli investitori una soluzione rispetto ai rischi che dovranno affrontare nel 2020.

Emerging market debt

IL DEBITO DEI MERCATI EMERGENTI

Il debito dei mercati emergenti (EMD) ha ottenuto buoni risultati dopo l’inversione di rotta della politica dei tassi d’interesse USA nel 2019 e il successivo calo dei rendimenti dei titoli di Stato americani. Dopo i rendimenti negativi registrati nel 2018 sia dalle emissioni denominate in dollari che da quelle in valuta locale, l’EMD ha generato rendimenti positivi interessanti nel 2019.

Questi rendimenti solidi continueranno nel 2020?  Prevediamo che i rendimenti delle obbligazioni globali resteranno bassi, fornendo un ancoraggio stabile ai bond emergenti, che offrono un vantaggio importante rispetto al reddito fisso tradizionale. Allo stesso tempo, pensiamo che lo sfruttamento selettivo delle opportunità in titoli ad alto rendimento e il potenziale di apprezzamento delle valute emergenti possano generare guadagni considerevoli. Nel complesso, ci attendiamo un rendimento compreso tra il 5% e il 10% per la classe di attivo.

TEMI DI INVESTIMENTO

INVESTMENT FORUM 2019

A novembre si è tenuto il nostro Investment Forum annuale, dove esperti accademici di fama mondiale insieme ai professionisti degli investimenti e alla dirigenza di BNP Paribas Asset Management si sono riuniti per discutere delle forze strutturali che guideranno gli sviluppi economici, politici e di mercato – e le nostre discussioni sugli investimenti – negli anni a venire. I seguenti temi sono una sintesi delle loro conversazioni.

Investment forum 2019
China evolving strategic objectives and a shifting lanscape

CINA: OBIETTIVI STRATEGICI IN EVOLUZIONE E SCENARIO IN CAMBIAMENTO

I tweet presidenziali hanno avuto una certa risonanza sui mercati finanziari, ma come ha spiegato al Forum Amy Celico dell’Albright Stonebridge Group, c’è stato un cambiamento molto più ampio e profondo nel punto di vista di Washington sulla Cina.

Mentre la politica degli Stati Uniti nei confronti della Cina fino all’amministrazione Obama è stata di impegno costruttivo, ora si è spostata sulla competizione strategica. Ciò si basa sulla convinzione che la Cina non sarebbe cambiata radicalmente nonostante una maggiore integrazione nel sistema economico dell’Occidente. Un cambiamento di politica sembra improbabile a prescindere da chi vincerà le elezioni presidenziali americane, anche se gli strumenti di competizione strategica potrebbero cambiare. Un presidente democratico potrebbe, ad esempio, tentare di portare l’Europa e il Giappone a fargli da alleati per esercitare pressioni sulla Cina in modo più efficace sui diritti di proprietà intellettuale.

Una Cina più assertiva

L’elezione di Xi Jinping alla presidenza nel 2013 è stata seguita da quelle che sono state considerate politiche economiche più assertive, ad esempio la Belt and Road Initiative o Made in China 2025. La resistenza dell’Occidente ad alcune di queste iniziative ha portato la Cina a diventare più reattiva nei suoi rapporti con l’Occidente. I leader navigano in un mare di momenti di tensione e Ms. Celico ritiene che la Cina manterrà un atteggiamento di sfida mentre afferma la propria posizione globale rispetto ai principali concorrenti geopolitici.

Le priorità di Pechino sono rafforzare il controllo del partito su tutti gli aspetti della società e rafforzare le imprese statali per promuovere la crescita. La principale priorità economica per il 2020 è gestirne il rallentamento; la crescita annua del PIL è scesa dal 6,8% all’inizio del 2018 ad appena il 6% nel terzo trimestre del 2019. Gli obiettivi di deleveraging e ribilanciamento dell’economia restano in vigore, ma raggiungerli è più difficile con una crescita più bassa.

Una conseguenza: la Belt and Road Initative sta diventando più snella dal momento che la Cina può far leva sui recenti successi rispondendo allo scetticismo internazionale e alla crescente concorrenza negli investimenti infrastrutturali globali.

Il distacco sino-statunitense

Per quanto riguarda le relazioni con gli Stati Uniti, la concorrenza tecnologica è l’area di tensione più visibile e sta aumentando il rischio di un distacco almeno parziale dei sistemi dei due paesi. Gli Stati Uniti stanno ora mettendo in atto controlli sulle esportazioni e restrizioni sugli investimenti nell’interesse della sicurezza nazionale. Le regole cinesi stesse che disciplinano l’infrastruttura informativa critica e i flussi di dati rafforzano questo trend di disaccoppiamento. Un accordo commerciale limitato probabilmente non fermerà lo sviluppo di politiche volte a limitare i flussi tecnologici.

Ulteriori sfide per le società straniere che operano in Cina sono rappresentate dall’incertezza delle politiche e da ostacoli regolamentari. L’ultima indagine della Camera di Commercio dell’UE in Cina ha dimostrato che il 48% degli intervistati prevede un aumento dei vincoli normativi nei prossimi cinque anni; l’indagine del Business Council tra Stati Uniti e Cina ha trovato il 34% delle aziende “pessimiste” o “lievemente pessimiste” sulle prospettive per il prossimo quinquennio in Cina. La maggior parte di esse, benché ritenesse la presenza in Cina ancora una priorità, si dichiarava ben consapevole delle sfide.

Cosa significa per gli investitori?

Riteniamo che gli investitori dovranno rivalutare le opportunità presentate dalla Belt and Road Initiative dato che l’entità e l’ampiezza degli investimenti non saranno probabilmente così elevate come previsto inizialmente. Occorrerà valutare attentamente i modelli di business sia delle società tecnologiche statunitensi che cinesi per identificare fonti di tecnologia, produzione e vendite.

Se da un lato le nuove restrizioni ostacoleranno alcune imprese, dall’altro altre potranno trarre vantaggio da una minore concorrenza. Le società non cinesi potrebbero avere difficoltà a competere in aree che utilizzano l’intelligenza artificiale in quanto la tecnologia dipende da una vasta quantità di dati, spesso più facilmente disponibili in Cina che in Occidente, dove le leggi sulla privacy limitano l’accesso.

Gli investimenti in società operanti in Cina devono essere valutati regolarmente per tenere conto dell’evoluzione del contesto imprenditoriale e normativo, per anticipare le minacce ai modelli aziendali nonché le nuove opportunità.

US economic policy and outlook

POLITICA E PROSPETTIVE ECONOMICHE STATUNITENSI:
MENO SPAZIO PER LA POLITICA MONETARIA, PIÙ SPAZIO PER LA POLITICA FISCALE

Secondo il professor Jason Furman della Harvard Kennedy School e del Peterson Institute for International Economics, che ha partecipato al Forum di quest’anno, il peso della guerra commerciale sulla crescita statunitense ha sostanzialmente cancellato l’incentivo derivante dai tagli alle tasse e ai tassi di interesse. La domanda chiave ora è: l’economia è su una traiettoria di discesa graduale verso il suo potenziale di crescita di lungo periodo, pari a circa l’1,8%, o su un percorso accidentato che termina con la recessione? La visione del professor Furman (e la nostra) è la prima.

I recenti tagli fanno parte di un periodo molto più lungo di moderazione dei tassi inaugurato all’inizio degli anni ’80. Nella misura in cui questo declino è stato determinato dall’aumento del debito pubblico, da una crescita della produttività più lenta, da un cambiamento demografico (le persone anziane risparmiano di più) e da maggiore disuguaglianza (le persone più ricche risparmiano di più), la probabilità che questo declino continui aumenta.

Con tassi di interesse bassi, la preoccupazione è che la Fed abbia poco margine di manovra per rispondere alla prossima recessione. Dato questo limitato potenziale di azione di politica monetaria, la necessità di una risposta fiscale espansiva è ancora maggiore.

I possibili cambiamenti delle politiche e il loro impatto

Al di là delle prospettive immediate, il professor Furman ha discusso i cambiamenti nella politica economica che potrebbero verificarsi a seconda del risultato delle elezioni presidenziali e del Congresso. A suo avviso, un’economia forte e lo status di paese dominante rendono più probabile la rielezione del presidente Trump. In tal caso, la nomina alla presidenza della Fed nel 2020 diventerà una questione importante per i mercati e per le prospettive della politica monetaria.

L’elezione può avere implicazioni significative per la politica fiscale: le stime variano da 17 mila miliardi di USD di tassazione in aumento a 1.500 miliardi di tagli a seconda del candidato.

I seguenti settori potrebbero essere influenzati dal risultato:

  • Sanità (a seconda che ci si orienti verso un sistema “single payer” oppure verso un sistema “public option”)
  • Energia (attraverso il “Green New Deal” o il “carbon pricing”)
  • Finanza (attraverso cambiamenti regolamentari e/o fiscali)
  • Tecnologia (attraverso misure normative o antitrust)

Un aumento del salario minimo interesserebbe una quota significativa della forza lavoro, e la spesa per le infrastrutture potrebbe aumentare. Il professor Furman ha sottolineato la convergenza tra i candidati in materia di commercio, almeno con la Cina, con molte richieste per dazi o altre restrizioni.

Market regulation in a superstar economy

LA REGOLAMENTAZIONE DEL MERCATO IN UN'ECONOMIA DI “SUPERSTAR”

L’era digitale ha portato enormi benefici alla società ma anche costi, e spesso spetta ai governi attuare normative per ridurre al minimo tali costi. Al Forum, il premio Nobel 2014 per l’Economia Jean Tirole, della School of Economics di Tolosa, ha discusso delle sfide poste dalla regolamentazione di un potere di mercato crescente in un’economia globale perturbata.

Gli enti di vigilanza devono tenere conto del fenomeno crescente detto “techlash” (una reazione negativa intensa e diffusa suscitata dal potere crescente delle grandi aziende tecnologiche, ndt), con le crescenti richieste di smembrare le grandi società tecnologiche, regolamentarle come servizi pubblici, applicare normative antitrust più severe o avviare programmi di politica industriale nei big data e nell’intelligenza artificiale (AI).

Regolare il cambiamento con agilità

Una delle sfide che gli enti di vigilanza si trovano ad affrontare è la politica antitrust. In passato, quando i regolatori trattavano fornitori monopolistici come AT&T o Standard Oil, identificare e separare le parti essenziali della loro attività (ad esempio, il circuito telefonico locale, i binari ferroviari e le stazioni) era semplice.

Con le società tecnologiche, questo è più difficile perché le imprese cambiano rapidamente. Nel caso dei dati, è difficile separarli dalle attività che li generano. Per il professore Tirole, la difesa della concorrenza e la tutela dei consumatori sono gli strumenti migliori per gestire il settore, ma i regolatori devono adattarli a un contesto digitale e renderli più agili.

Gli enti di vigilanza si impegnano per preservare la concorrenza in un mercato in modo che i consumatori ricevano il miglior servizio al miglior prezzo. Nell’era digitale, ciò significa valutare il comportamento delle imprese già presenti per garantire che i legami o gli sconti di fidelizzazione, ad esempio, non limitino la concorrenza dei prezzi. Le acquisizioni possono essere utilizzate per escludere un concorrente da un mercato, o le garanzie di “miglior prezzo” potrebbero finire per determinare una piattaforma di tassazione dei non-utenti.

Dato il predominio delle imprese tecnologiche statunitensi e cinesi – le 20 più grandi società tecnologiche del mondo provengono da questi paesi – si è chiesto, soprattutto in Europa, un maggiore utilizzo della politica industriale per promuovere “campioni regionali”. La proposta di fusione di Alstom e Siemens ne è stato l’esempio più recente, anche se in un altro settore.

Politica industriale: sì o no?

Gli argomenti a favore della politica industriale sono l’esistenza di “effetti multipli” (infrastrutture e condivisione delle informazioni, potenziale di mobilità della forza lavoro a basso costo), le ricadute industriali di ricerca e sviluppo pubblici, la salvaguardia della concorrenza (la giustificazione per avere sia Airbus che Boeing).

Tuttavia, gli economisti sono scettici. La storia dimostra che raramente i governi riescono a scegliere industrie o aziende vincenti, e il coinvolgimento dello stato aumenta il rischio che esso venga catturato dall’industria stessa. Ci sono tuttavia eccezioni, come la US Defence Advanced Research Projects Agency, il National Institute of Health e la National Science Foundation.

La lezione da tenere a mente è quella di seguire da vicino l’evoluzione della politica di regolamentazione: il suo adattamento all’era digitale sarà particolarmente importante nel 2020. Ci potrebbero essere cambiamenti che influenzano il valore delle imprese, ma ci potrebbero essere anche cambiamenti che portano alla disgregazione di un’azienda.

Climate change

CAMBIAMENTO CLIMATICO

Il cambiamento climatico è riconosciuto sempre di più come una forza dirompente, sia per l’economia globale nel suo complesso sia per gli investitori. Al Forum di quest’anno, il nostro Global Head of Sustainability, Jane Ambachtsheer, e il nostro Head of Climate Change Investment Research, Mark Lewis, hanno presentato il proprio punto di vista sulla previsione dei cambiamenti climatici nei prossimi tre e trenta anni.

Anche se l’accordo di Parigi mira a contenere l’aumento delle temperature globali al di sotto dei 2° C rispetto ai livelli pre-industriali, le attuali politiche ci portano verso un aumento di 4° C, con conseguenze (negative) significative per il pianeta che comprendono: 

  • ondate di calore estreme
  • aumento del livello del mare di quasi nove metri (che metterebbe a rischio 470-760 milioni di persone)
  • rilevanti rischi per la sicurezza alimentare globale
  • metà delle specie vegetali e animali saranno in via di estinzione
  • da 35 a 122 milioni di persone in più vivranno in condizioni di povertà estrema.

I governi agiranno quando scienza, economia, tecnologia e opinione pubblica si allineeranno, ma le domande critiche sono quando e come ciò avverrà – in modo regolare e coordinato o in modo ritardato e destabilizzante?

L’impatto sulle industrie e sui mercati finanziari

L’aspetto più importante è che i mercati finanziari sono poco preparati ai rischi politici legati al clima e, poiché i governi sono costretti a intervenire, i portafogli degli investitori sono esposti. Dobbiamo chiederci in che modo le politiche si ripercuoteranno sull’economia, quali settori sono più a rischio e quali asset class ne risentiranno.

Alcuni dei settori che saranno interessati:

  • Energia – il carbone sarà gradualmente eliminato, l’uso del petrolio sta per raggiungere il picco massimo, la produzione di energia rinnovabile è in aumento
  • Automobili – i motori a combustione interna devono affrontare delle limitazioni e i motori elettrici sono pronti a sostituirli
  • Edilizia – aumenteranno gli standard di efficienza energetica per abitazioni e uffici e sarà necessario ristrutturare gli edifici esistenti
  • Agricoltura – la produttività deve aumentare per compensare la fine della deforestazione, le abitudini alimentari si stanno allontanando dalla carne bovina
  • Beni di consumo (in particolare, beni di consumo di base) – l’uso della plastica in molti prodotti è destinato a far fronte a restrizioni sempre maggiori.

Il messaggio chiave è che ci sarà inevitabilmente una risposta politica da parte dei governi al cambiamento climatico man mano che l’impatto sui loro cittadini diventerà sempre più importante.

Nel nostro report Wells, Wires, and Wheels: EROCI and the Tough Road Ahead for Oil Mark Lewis spiega perché il petrolio avrà bisogno di un prezzo di break-even a lungo termine molto più basso per rimanere competitivo per il trasporto. Un prezzo così basso ridurrà drasticamente il futuro rendimento degli investimenti nel settore e aumenterà l’ammontare delle immobilizzazioni che subiranno un deprezzamento anticipato rispetto alla scadenza prevista.